lunedì 9 giugno 2014

Storia e spiritualità greca nella terra idruntina (Di Giuseppe papàs Ferrari)

Spiritualità greca nella terra idruntina
Di Giuseppe papàs Ferrari
(articolo pubblicato sull’Osservatore Romano, il 3 Ottobre 1980)

Papàs Giuseppe Ferrari (XX secolo), sacerdote dell'eparchia greco-cattolica di Lungro e professore di spiritualità bizantina presso l'Ecumenica di Bari. Nella sua diocesi si impegnò a ripristinare le tradizioni "ortodosse". (es. eliminando statue e devozioni latine medievali)




Otranto, chiesa bizantina di san Pietro, IX-X sec.

Otranto si trova, per la sua posizione, al confine tra l’ecumene dell’antica Roma e quello della nuova Roma. Nell’antichità classica era considerata il porto naturale e il punto d’incontro. Furono i Romani a sostituirlo, come porto, con Brindisi. Chissà, forse perché la città era troppo greca. Molte volte le ragioni vere sono diverse da quelle che appaiono. Durante l’impero bizantino Otranto riprende il suo ruolo antico. È proprio questo che mi fa pensare che non solo la sua superficie, ma tutta la sua mentalità, la sua anima, la sua spiritualità doveva essere rimasta greca e dava ogni garanzia alle autorità di Bisanzio, sia religiose che civili. 

Ecco perché la sua chiesa viene elevata a Metropoli autonoma, ricevendo come diocesi suffraganee Acerenza, Tursi, Gravina, Matera, Tricarico ecc. E quando più tardi Otranto passa (1) al rito latino, lo stesso papa Leone IX riconosce i suoi diritti metropolitani, pur dandole diocesi suffraganee diverse ed anche se la concezione di metropoli e di Arcivescovo è diversa nel diritto canonico latino e nel diritto ecclesiastico bizantino.

Anche quando per il declino dell’impero romano d’oriente e per le circostanze storiche della Puglia Otranto è di rito latino e la sua fedeltà (2) al papato è fuori discussione  , la sua cultura greca doveva essere ancora assai viva. Ancora l’11 agosto del 1370 papa Urbano V sceglieva l’arcivescovo di Otranto, Giacomo d’Itri, per visitare i monasteri basiliani del regno di Sicilia e lo stesso arcivescovo era già stato scelto per esaminare i libri liturgici degli italo-greci. Segno che la S. Sede gli riconosceva una particolare competenza  nella conoscenza del mondo religioso greco.

Otranto, rovine del monastero italo-greco di Casole, distrutto dai Turchi nel 1480.

Se i centri diocesani volontariamente o perché costretti, erano ormai tutti latinizzati, la presenza greca in Puglia rimaneva ancora fortissima e non si estinse che molto più tardi. Prova evidente che la religiosità delle popolazioni era sempre greca e per molti secoli i due riti convissero insieme, né si può rifiutare, almeno come ipotesi, che i vescovi presi da quelle popolazioni potessero essere latini per ragioni di saggezza politica, ma greci per convinzione spirituale.


Cattedrale di Otranto, affresco.

Il codice brancacciano della Nazionale di Napoli (I-B-6) ci dà un elenco preciso sullo stato della religiosità greca del Salento al sec. XVI. Vi è un numero di Castelli, cito le parole testuali del codice: “dove si parla greco solamente e dove si fanno l’offici greci solamente e cioè: Solito (sic), Sternatia, Cannule, Sturdà, Niviano, Zullino”. Una seconda categoria è composta di quei paesi dove si parla italiano ma i due riti convivono. Essi sono: Altamura, Montesardo, Ruggiano, Padu, Gagliano, Ruffiano, Buggiardo (sic), Moriciano, Giurdignano, Mondervino, Galatone, Scurrano, Salignano, Maliano, Magle, Otranto, Abbazia di S. Nicola di Casule. E ancora una terza categoria dove le popolazioni parlano ancora le due lingue (greca e italiana) e i due riti convivono: S. Pietro in Galatina, Aradei, Noe, Martano, Castrignano, Melpignano, Calimera, Corigliano, Cursi, Bagnolo. Il medesimo codice ci offre anche un piccolo elenco di paesi stanziatisi nel Tarantino e composto non di italo greci, ma di immigrati greci e albanesi venuti in Italia alla fine del secolo XV e nei primi decenni del XVI dopo l’occupazione della Balcania da parte dei Turchi. Essi sono: Carosino, Belvedere, La Rocca, Faggiano, S. Giorgio, S. Crispiere, Monteiasi, S. Martino, Casalnuovo, Fragagnano. Il ms. fa precedere quest’ultimo elenco da questa nota: “Quarta classe di certi Castelli e ville Albanesi sotto la diocesi di Taranto i quali fanno l’officio greco e vivono scorrettamente (sic) a loro modo”. 


Otranto, chiesa bizantina di San Pietro, affresco della Lavanda dei Piedi.


Il celebre Antonio Arcudio, in una lettera indirizzata al Cardinale Sirleto, in qualità di Protopapa (Arciprete greco) di Soleto, nel 1580, in difesa dei riti greci e contro le accuse dei latini, ci spiega il termine scorrettamente” usato dal manoscritto di Napoli, dicendo che gli italo-greci erano stati sempre fedeli alla religione cattolica, mentre causa di tutti i mali sono (cito le sue parole): “…una congerie di vagabondi Albanesi, cattivacci e scismatici” (Riv. St. Calabrese, a. VI, Ser. II fasc. 1 p.55). In realtà gli ultimi immigrati nell’Italia Meridionale, Greci e Albanesi, fino al 1700 non accettarono mai altra giurisdizione religiosa all’infuori di quella del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli. Né, d’altronde, vi è mai stato, prima o dopo di allora, alcun atto ufficiale di un loro passaggio dall’ortodossia al cattolicesimo latino o greco, come, invece fu fatto per i vari gruppi greco-cattolici, come Melchiti, Ucraini, Rumeni etc.


Carpignano Salentino, Cripta di Santa Cristina, uno dei tanti gioielli del Salento Ortodosso

Esaminando sempre il manoscritto napoletano già citato, troviamo, alla fine del 1500, un lungo elenco di preti e di diaconi greci, in buona parte coniugati. Ecco alcuni nomi. A Corigliano: Pietro Antonio Lega, Alessandro Indrino, Antonio Lollo, Ferdinando De Mattheis, Lupo De Angelis, Cristaldo Renna, tutti preti greci; più due chierici. Giurdignano, di cui è barone Francesco Prototico (sic), di Otranto, ha 150 famiglie di rito latino; per i Greci vi è un sacerdote celibe (il ms. lo chiama “castus presbiterus”), vi sono due diaconi e un chierico. A Muro Leccese: un sacerdote coniugato. A Giuggianello: un sacerdote, Antonio Rizzo, vedovo. A Palmariggi l’ultimo prete greco fu Francesco Antonio Federico. A Melpignano, nella visita pastorale del 12 Dicembre 1607, risulta il seguente clero greco: sacerdote Elia De Aloisio, diacono Giovanni Luca Fenestra e tre chierici tutti coniugati. A Martano  quattro ecclesiastici. A Castrignano dei Greci risultano due sacerdoti latini e dieci greci coniugati. A Calimera: dodici sacerdoti tutti greci e coniugati, di cui tre vedovi. A Martignano: dieci sacerdoti greci coniugati. A Sternatia, nella visita del 27 Settembre 1608, due sacerdoti greci e nove chierici. A Zollino: quattro sacerdoti coniugati, di cui uno vedovo. A Cursi: cinque preti greci. In una lettera del clero di S. Pietro in Galatina del 10 Aprile 1570 risultano le firme di cinque sacerdoti greci, quattro diaconi e altri ecclesiastci inferiori. Alcuni firmano in greco. Nella stessa Otranto, nonostante la presenza dell’Arcivescovo latino, che da tempo spiegava tutto il suo zelo per far scomparire ogni traccia di rito greco, come risulta da numerosi documenti, ancora nel 1684 troviamo in funzione tre chiese greche regolarmente officiate dal clero greco (Arch. St. Ser. IV, T. VI, p.100)

Otranto, Chiesa bizantina di San Pietro, affresco del Battesimo di Cristo

Per conchiudere possiamo asserire che ancora nel 1700, nonostante che ogni giorno si assottigliasse sempre più, per un complesso di cause, nelle due diocesi di Otranto e di Castro, molte popolazioni professavano ancora il rito greco e le più tenaci a non volersi spegnere sono state, oltre a parte della stessa città, nell’Archidiocesi di Otranto, le popolazioni di Corigliano, Giurdignano, Muro Leccese, Giugianello, Palmariggi, Melpignano, Martano, Castrignano, Calimera, Martignano, Sternatia, Zollino, Cursi. E nella diocesi Castro (poi soppressa nel 1793) i seguenti casali, oltre a Castro stessa: Diso, Vignacastrisi, Castiglione, Andrano, Marittima, Cerfignano, Cocumola, Vitigliano, Ortelle, Spongano, Poggiardo, Vaste, Nociglia, oltre a un numero di villaggi oggi distrutti come S. Giovanni Calavita, Casalicchio, Capriglia, S. Giovanni Malcantone, Torre Padule, Casa Massima, Torricella, Murtole, Belvedere, Principiano, Trunco, Torre Macchia, Cellino ecc.


Castello di Acaya (Lecce), affresco della Koimisis della Madre di Dio.


Generalmente i sistemi per sopprimere il rito greco furono sempre e ovunque i medesimi: erigere una o più parrocchie latine dove esse non esistevano, accanto a quelle greche e poi favorire il passaggio, vessando le popolazioni greche e molto di più il loro clero; premiando invece quello latino. Citiamo il caso di Soleto, che, a quanto sembra, fu per secoli sede di un vescovo greco. A ricordo di questo vi era rimasta una collegiata nella chiesa madre con rendite cospicue. All’ultimo arciprete greco fu proposta la soppressione della collegiata e l’assegnazione di tutte le sue rendite a lui unico parroco, a condizione che passasse al rito latino. E il patto funzionò, con la fine, così, del rito greco a Soleto. Esaminando i documenti che si riferiscono a queste vicende, spesso si notano contraddizioni tra l’uno e l’altro. Sono carte che bisogna saper leggere, perché, spesso, la verità è tra le righe.  Così nelle relazioni che vescovi e baroni mandano a Roma e a Napoli si tende sempre a diminuire il numero del clero e delle popolazioni greche, come pure a sottolineare disordini molte volte inesistenti, quasi sempre interpretando male il loro operato e i loro riti. Del resto non si devono escludere molti casi di morte naturale, perché il rito greco era giunto nel 1700 con il fiato grosso: privato dei vescovi, il clero senza una vera formazione, posti i greci sotto la giurisdizione degli ordinari latini locali che, almeno nel ‘6-700, non comprendevano questi riti, costretti a modificare alcuni riti per manifestare in quel modo il loro cattolicesimo.


Castro, resti con affreschi della cattedrale bizantina.


Mi sono indugiato su questo argomento per dire che la Terra d’Otranto, quando si parla di greci e di rito greco, non bisogna riferirsi soltanto ad alcuni monasteri cosiddetti basiliani. Il discorso sul monachesimo greco in Puglia è un altro. Qui, e più propriamente nelle due diocesi di Otranto e Castro, intere popolazioni erano ancora greche e professavano la religiosità bizantina fino al 1700.



Giuseppe Papàs Ferrari.

(1) l'autore usa irenicamente il termine "passa". Tuttavia, la Chiesa di Roma usò una politica che portò o alla completa scomparsa della Chiesa Greca (in Italia ma soprattutto nel Meridione) o al fenomeno dell'uniatismo, non accettato dalle popolazioni greche e albanesi come lo stesso autore scrive.


(2) La fedeltà dei vescovi di Otranto a Roma si può intendere o nell'ecclesiologia della Chiesa del primo millennio cioè del rispetto e del riconoscimento del primato d'onore della sede di Roma Antica (primus inter pares) o quando la sede di Otranto passò sotto la giurisdizione di Roma. L'argomento è tuttavia molto vasto e lo amplieremo in un altro articolo.